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| LEZIONE
SESTA
schola
sexta |
COSTUMI
ROMANI
mores
romani
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L'AGRICOLTURA
PRESSO I ROMANI
Quando
i romani iniziarono a sottomettere le popolazioni italiche chiamarono
le terre conquistate "agro pubblico". Una parte di questi
terreni veniva divisa in rettangoli, detti centurie, destinate ai
coloni-soldati, che facevano i contadini e praticavano un'agricoltura
di sussistenza. Altri terreni potevano essere affittati a cittadini
privati. I comandanti militari, membri dell'aristocrazia senatoria,
facevano lavorare sulle loro terre coloni e schiavi. Dopo le guerre
puniche i patrizi si arricchirono enormemente, privatizzando il
demanio pubblico. I senatori, che non potevano disporre di navi
di grossa stazza, investivano i loro soldi nell’acquisto di
terre. Ma questi riuscirono a vietare di occupare più di
500 iugeri (100 ettari) di agro pubblico. Il privilegio di più
terre nelle mani di pochi privilegiati anche con i Gracchi determinò
la crisi irreversibile della piccola proprietà contadina
libera. In questo quadro s'inserisce il primo trattato di agricoltura
(De re rustica) di Catone, scritto tra il 164 e il 154 a.C. e indirizzato
al ricco proprietario che vive in città e affida la gestione
della villa di campagna (l'azienda agricola) a un fattore, di condizione
servile, riservandosi di ispezionarla personalmente. Generalmente
la villa era divisa in due parti: la parte urbana, destinata ad
ospitare il padrone, e quella rustica, destinata agli schiavi, e
adibita come attrezzaia. La manodopera schiavile doveva essere rigorosamente
schiavile, che, svolgeva la funzione responsabile di un fattore.
Tuttavia il calcolo economico era molto rudimentale, praticamente
si riduceva al principio: "vendere molto e comprare poco".
Anche la tecnologia era piuttosto primitiva. In tutta la storia
di Roma l'idea di profitto non è mai stata legata alla terra,
ma solo ai commerci e soprattutto all'usura. Alla terra si legava
l'idea di rendita. Riguardo alle colture si dovevano specializzare
soprattutto il vino e l'olio. Prima della pubblicazione, un secolo
dopo, dei tre importanti libri di agricoltura di Varrone, una legge
agraria del 111 a.C. sanciva la trasformazione ad uso privato dell'agro
pubblico, al fine di ampliare i contratti di locazione coi coloni.
Varrone appoggiò l’ esigenza dei ricchi latifondisti
che avevano come scopo quello di una sopravvivenza di rendita senza
preoccuparsi della condizione delle aziende. Molti senatori, oltre
ad investire nell’ importazione agricola, cominciarono ad
investire anche nei diversi tipi di allevamento. Stava diventando
molto vantaggiosa la pratica dell’ affitto dei lotti da parte
dei latifondisti e il denaro guadagnato veniva investito nell’
acquisto di altre materie. I coloni si rendevano disponibili in
caso di necessità di manodopera. I coloni erano anche indicati
per zone insalubri o troppo lontane da ispezionare, dove i latifondisti
preferivano mettere a repentaglio la vita di questi piuttosto che
quella di schiavi. Il passaggio dalla schiavitù a servaggio
caratterizzerà la nascita della formazione feudale.
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