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| LEZIONE
OTTAVA
schola
octava |
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dai Carmina
di Orazio...
IL
MONTE SORATTE
Vides
ut alta stet nive candidum
Soracte nec iam sustineant onus
siluae laborantes geluque
flumina constiterint acuto?
Dissolue frigus ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum Sabina,
o Thaliarche, merum diota.
Permitte diuis cetera, qui simul
strauere uentos aequore feruido
deproeliantis, nec cupressi
nec ueteres agitantur orni.
Quid si futurum cras, fuge quaerere, et
quem fors dierum cumque dabit, lucro
adpone nec dulcis amores
sperne, puer, neque tu choreas,
donec uirenti canities abest
morosa. Nunc et Campus et areae
lenesque sub noctem sussurri
composita repetantur hora,
nunc et hora, nunc et latentis proditor intimo
gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci.
Vedi come il Soratte
s'innalza bianco di neve né i boschi affaticato ormai sostengono
il peso della neve e i fiumi si sono fermati per il forte gelo.
Allontana il freddo mettendo in abbondanza la legna sul fuoco e versa
più copiosamente il vino invecchiato quattro anni dall'anfora
sabina a due braccia, o Taliarco. Lascia tutte le altre cose agli dei,
che insieme scompigliano i venti che si scontrano sul mare tempestoso,
né agitano i cipressi o i vecchi frassini. Smettila di chiederti
cosa succederà domani, e qualunque giorno la Sorte ti darà
consideralo come guadagno e non lasciarti sfuggire, o ragazzo, né
i dolci amori né le danze, finché la vecchiaia brontolona
è lontana dalla tua verde età. Ora si cerchino all'ora
stabilita il Campo Marzio, le piazze e i lievi sussuri sul fare della
notte,
ora si ricerchi il gradito riso rivelatore dall'angolo più appartato
della fanciulla nascosta e si cerchi il pegno strappato dalle braccia
o dal dito che non oppone resistenza.
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